La via secca e la via umida. Sognatori e cacciatori a confronto

Pubblicato il 21 aprile 2026 alle ore 15:23

Cari ricercatori e ricercatrici,
sovente mi sovvengono intuizioni che spesso lascio lì, nel limbo delle possibilità di correlazioni tra
tradizioni e, soprattutto, tra significati.
Ho deciso, il 15 aprile — in concomitanza con un allineamento significativo di pianeti in Ariete
(Luna, Mercurio, Marte, Sole, Nettuno e Saturno) — di iniziare ad appuntare queste intuizioni e
condividerle con voi.
Un po’ come appunti, un po’ per vedere se trovano poi conferma nello studio.
Preciso e ribadisco che si tratta di intuizioni e, come tali, vanno prese.
Il discorso qui si limiterà quindi a una trattazione generica e sommaria, come input per chi voglia
aiutarmi ad approfondire queste ricerche con me.
E già qui si aprirebbe un punto importante: sia la tradizione alchemica sia quella tolteca — come
emerge negli insegnamenti trasmessi da Carlos Castaneda — non si fermano a una comprensione
puramente intellettuale, ma insistono su una pratica e una sperimentazione diretta, affinché ciò di
cui si parla venga realmente vissuto.
Secondo l’antica scienza alchemica, l’iniziato ha due vie per arrivare a comprendere la realtà in cui
è immerso e per intraprendere la strada della “purificazione”: quella della via ignea (o secca) e
quella della via umida.
In alcune tradizioni queste vengono anche indicate come mano di destra e mano di sinistra, a
seconda del contesto di riferimento.
Restando, come detto, in una trattazione sommaria di questi aspetti, riporto in parte ciò che è
l’ampio contenuto che si può trovare in antichi e moderni libri alchemici.
La prima via, quella secca, è di tipo operativo: l’iniziato agisce attraverso un fuoco ardente che
lavora sul mercurio, in combinazione con lo zolfo, dando luogo a un processo rapido e intenso di
trasformazione.
È una via diretta, non priva di rischi, che opera per rottura e per atto di volontà, conducendo —
secondo alcune letture — a una modificazione immediata della percezione e all’apertura di soglie
più sottili dell’esperienza.
La seconda via, quella umida, si presenta invece come un percorso più lento e progressivo.
L’iniziato non opera per rottura, ma per dissoluzione: lavora sul mercurio attraverso processi
continui di scioglimento e ricomposizione, in cui ciò che è fisso viene reso fluido per poter essere
trasformato.
È una via che richiede tempo, pazienza e capacità di attraversare fasi intermedie, spesso indistinte,
in cui le forme sembrano perdersi prima di riorganizzarsi su un nuovo livello.
A differenza della via secca, non agisce con un fuoco violento, ma con un principio più sottile,
assimilabile all’acqua: una forza che penetra, avvolge e trasforma senza forzare.
Ma guardiamo ora dall’altra parte dell’oceano e approdiamo alla tradizione tolteca.
Qui ciò che Don Juan Matus precisa subito a Carlos Castaneda è che il mondo in cui viviamo può essere percepito sia dal lato destro che dal lato sinistro; ovvero sia nello stato ordinario, sia in quello
stato di “vedere”, o meglio di sogno — ciò che, con i nostri termini, potremmo avvicinare, con
cautela, a quella che chiamiamo chiaroveggenza.
Ora so che tutto questo, detto in questi termini, può creare confusione e fraintendimenti; ma, amici,
qui è difficile riassumere tutto. Concedetemi per buono questo concetto come sintesi, per arrivare
più direttamente al punto.
Gli antichi veggenti, coloro che avevano sviluppato queste tecniche, utilizzavano il lato sinistro,
cioè quello del sogno, per poter accumulare potere (intendiamo qui questo termine come energia
personale), finendo però per rimanere incastrati in quelle modalità percettive.
I nuovi veggenti, invece, compresero che fosse fondamentale imparare a spostare il punto di unione
(ovvero quel punto in cui si fissa la percezione e che determina ciò che per noi è reale, descritto
come un punto luminoso nel bozzolo di ognuno), riuscendo a muoversi verso il lato sinistro senza
perdere il contatto con questa realtà.
Ora qui arriviamo alla mia intuizione, e devo quasi sudare freddo per riuscire a chiarire bene,
dapprima dentro di me, ciò che voglio illustrarvi; perché, proprio come accennavo all’inizio, deriva
più dal risultato di una pratica che da una comprensione puramente intellettuale.
Mi viene da dedurre che il cacciatore descritto negli insegnamenti riportati da Carlos Castaneda —
attraverso Don Juan Matus — possa essere in qualche modo associabile alla via della mano destra,
o via secca. Questo perché, quando il punto di unione si fissa sul lato sinistro dopo pratiche ardue,
l’impatto può risultare quasi scioccante, richiedendo una forza, una disciplina e una capacità di
controllo tipiche di un approccio più diretto e “igneo”.
Mentre la via umida mi appare più vicina a quella del sognatore, in quanto, attraverso uno stato che
il corpo stesso impara progressivamente a richiamare — legato al silenzio interno — permette di
vedere oltre le proprie soglie in modo più graduale, con una minore frizione e, forse, anche con
meno paura.
A conclusione di ciò, ritengo di condividere con molte correnti alchemiche l’idea che il giusto
equilibrio risieda nella combinazione delle due vie, e con la tradizione tolteca la necessità di
presentarsi di fronte all’ignoto padroneggiando entrambi gli aspetti.
Forse, più che scegliere una via, si tratta di imparare a percorrerle entrambe, senza rimanere
intrappolati in nessuna.
Se volete saperne di più, o condividere il vostro punto di vista, parliamone insieme.

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