Amici ricercatori e ricercatrici, eccoci davanti a una nuova — e forse poco romantica — riflessione.
L’intento di questi articoli resta, oltre alla condivisione di studi, quello di portare pratiche concrete
nel quotidiano. Mi ispira profondamente l’immagine della Sacra Rosa descritta da Dante Alighieri:
una visione in cui ogni anima, pur nella sua unicità, trova il proprio posto in un’armonia perfetta.
E forse è proprio questo il punto: non è l’essere identici a creare equilibrio, ma il riconoscersi parte
di un disegno più ampio, in cui anche l’individualità contribuisce all’ordine del tutto.
Per rendere tutto questo vivo, dobbiamo entrare nella dimensione concreta della vita quotidiana,
nelle dinamiche reali che ci troviamo ad attraversare.
Affrontiamo oggi il conflitto da una prospettiva leggermente diversa. Non il solito punto di vista
dello “specchio” — che resta un assunto del nostro percorso — ma osservando lo strumento stesso
della dinamica.
Fateci caso: ogni volta che entriamo in conflitto con qualcuno, emergono tre ruoli ben distinti:
- Il carnefice: colui che ha causato il conflitto
- La vittima: colui che subisce l’effetto della causa
- Il salvatore: una presenza più sottile, spesso meno evidente, che interviene per riequilibrare
o “risolvere” la situazione
Questa triade si manifesta con una regolarità sorprendente. Ma la sua forza non sta tanto nei ruoli in
sé, quanto nella loro mobilità: ciascuno di noi, nel corso della stessa situazione, può attraversarli
tutti e tre.
È qui che la riflessione si fa pratica.
Finché restiamo identificati in uno di questi ruoli, continuiamo ad alimentare il conflitto. Il
carnefice giustifica, la vittima subisce, il salvatore interviene — ma spesso senza sciogliere davvero
il nodo.
La trasformazione inizia quando smettiamo di essere solo dentro la dinamica e iniziamo a
osservarla.
Uscire dalla triade: l’arte dell’osservazione
Uscire da questa triade è possibile. Ma passa da un atto tanto semplice quanto profondo: osservarsi.
Ti darò alcuni spunti che, lo anticipo, non sono semplici.
Prendili come un gioco. Sperimenta, senza attaccamento al risultato.
Il primo passo è riconoscere immediatamente i ruoli.
Dai loro un nome. Guardali mentre si muovono, perché lo fanno: si scambiano continuamente.
In un attimo puoi passare da vittima a carnefice, o da salvatore a vittima.
E più resti inconsapevole, più questo movimento diventa automatico.
A un certo punto, però, puoi scegliere.
Puoi decidere di non voler essere in quel ruolo.
Una volta riconosciuto, staccati.
Perché spesso non sei davvero “tu” in quella posizione:
stai subendo la proiezione dell’altro, oppure stai rivivendo schemi del passato.
Quando riesci a fare questo, accade qualcosa di molto concreto.
Sposta l’attenzione sul corpo.
Chiediti: dove sto trattenendo questa esperienza?
Ogni conflitto lascia una traccia fisica:
una pressione, una contrazione, un nodo.
Fermati lì.
Respira dentro quella zona, ascoltandola.
Non per cambiarla, ma per incontrarla.
E, molto spesso, quel nodo inizia a sciogliersi.
Potrebbe essere un accumulo di tensione…
oppure, in modo più sottile, un punto della tua forza e della tua resistenza.
Imparare a riconoscerlo è fondamentale.
Per questo diventa essenziale iniziare una sorta di scannerizzazione del corpo:
un ascolto progressivo e attento che ti permetta di ricevere queste informazioni in modo sempre più
chiaro.
Ma su questo tema torneremo.
Merita uno spazio dedicato.
Per ora resta con questo:
non serve vincere il conflitto,
serve uscire dal gioco che lo alimenta.
E questo inizia sempre da un gesto silenzioso:
vedere.
Aggiungi commento
Commenti